cronaca da una scuola devastata

27 aprile. Si torna a scuola dopo le vacanze di Pasqua. In macchina la testa frulla di pensieri sul cosa fare, come organizzare l’attività di oggi, come risolvere il conflitto fra Marta e Deborah che si trascina ormai da giorni. Sorrido al pensiero della loro svogliatezza post-vacanziera, del loro chiedermi tregua perché si devono “riprendere” dalle abbuffate familiari. Sono contenta. In effetti mi sono mancati. Scendo. Mi sono vestita e truccata con più cura del solito: voglio che mi trovino bene. Si accorgono sempre di tutto, loro. Non ho ancora varcato il cancello della scuola, quella scritta “Qui si educa all’onestà, alla giustizia, alla pace” che ci fa tanto orgogliosi, quando mi sento avvolgere da un odore pungente e soffocante, di plastica e legno bruciati. Penso ai soliti cassonetti, a qualche effluvio in più dalla vicina discarica di Bellolampo, e invece no. Davanti a me l’inferno. L’atrio della scuola è irriconoscibile: il tavolo dell’accoglienza mezzo bruciato, la macchinetta delle merendine bucata al centro con la plastica fusa come una colata di lava raffreddata. Per terra un tappeto di polvere giallastra. I piedi si appiccicano sul pavimento. Due colleghe mi sorridono amare: Entravi adesso? Non ne sapevi nulla?

–       No. Che è successo?

–       Hanno dato fuoco. Hanno svuotato tutti gli estintori.

Mi sforzo di restare calma. Mi avvio verso la classe.

–       Ma i ragazzi… dove sono?

–       Figurati, li abbiamo rimandati a casa. Non potevano entrare con la scuola ridotta così. Vai a guardare il piano di sopra. Non puoi neanche immaginare. E la palestra… Distrutta…

A questo punto comincio a vacillare. A rendermi conto davvero. E salgono lacrime di rabbia. E di dolore. Le stesse che vedo nei volti tirati dei colleghi. Anche in quelli che riescono a trattenerle. Peggio che c’avessero rubato in casa. Molto peggio. Cerchiamo di sdrammatizzare, ma non viene nessuna battuta. A gruppetti ci riuniamo in presidenza, smarriti, a dare o a cercare conforto nella preside. Lei è l’unica che si dà da fare, parla al telefono con tutti, ticchetta al computer, come chi vuole reagire al dolore della perdita. Davvero sembra di essere a una visita di lutto. Solo che manca il morto. Se ci fosse avrei il coraggio di andare a vederlo, di raccogliermi in silenzio lì davanti, di mormorare una preghiera. E invece oggi sono bloccata e ho paura anche a salire di sopra, a guardarmi attorno, per l’angoscia di notare qualche altro segno di distruzione, che mi sveli, forse, il mio fallimento più grande. Mi diventa insostenibile la vista dell’interruttore liquefatto, dello striscione con la frase di Falcone lacerato da una bruciatura, dei cassetti della mia cattedra aperti sconciamente, dell’armadietto spalancato a vomitare fiumi di carte.

Ho paura, ma voglio salire al piano di sopra. Chiedo pudicamente a una collega di accompagnarmi. Mi lascio guidare, mano nella mano, come una bambina. Finita la rampa di scale quella mano deve sorreggermi.

“E’ il male assoluto” riesco solo a dire, scioccamente. Già, perché stavolta non hanno nemmeno rubato niente. Finché rubano hai contro chi imprecare, hai come razionalizzare. E’ stata la povertà, è stato il bisogno. Ma di fronte al nulla della distruzione fine a se stessa non ci sono parole. Non c’è niente da spiegare. Provo a immaginare questi ragazzi (ragazzini?), miei alunni o ex alunni, che si sono passati la Pasqua e la Pasquetta così, con gli estintori in mano, per tante, interminabili ore. Saranno stati in tre o quattro, forse in cinque o dieci, chi può dirlo? Avranno riso, sghignazzato, rovesciando il barattolo di vernice verde? O saranno stati concitati, eccitati dal rischio di farsi scoprire? Quello che avrà iniziato a rompere i vasi del laboratorio di ceramica si sarà compiaciuto di spaccare proprio quelli della sua classe, o forse di quella accanto?

Ma no, non è cosa di ragazzini, ci diciamo l’un l’altro, forse per consolarci. Per non sentire che ogni giorno fatichiamo invano. L’effetto collaterale, immediato, sembra proprio quello. Sentirsi veramente e definitivamente dei don Chisciotte senza più nemmeno Sancho Panza. Restiamo lì, frastornati, stretti in sala professori a respirare quel tanfo di plastica bruciata chiedendoci se ci farà male. Qualche ora dopo andiamo via, con la sola certezza di tornare domani, non si sa bene a fare che.

E infatti torniamo, la mattina dopo. La scuola è un po’ più pulita: la squadra dell’Amia e i  nostri bidelli hanno fatto un piccolo miracolo, lavorando fino alle dieci di sera. Ci sentiamo più rincuorati. La parola d’ordine è tornare quanto prima alla normalità. E allora ecco uno, due colleghi che cominciano a imbracciare scope e stracci, insieme a qualche mamma di buona volontà. Per dire che la scuola è nostra e ce la riprendiamo. Comincia la sfilata dei politici. E le loro visite ci fanno piacere. Non ce l’aspettavamo, e invece hanno capito anche loro che era il momento di venire laggiù, nella nostra terra di nessuno. Arrivano rappresentanti del Comune e della Regione, consiglieri comunali e poi ancora giornalisti e fotografi.

In sala professori si anima un piccolo collegio docenti spontaneo. Nel limbo della scuola senza alunni ritroviamo il tempo di parlare di noi, della nostra didattica mancata, dell’immancabile segnale che certamente questi ragazzi ci stanno mandando. La rabbia e l’indignazione lasciano spazio all’assunzione di responsabilità, alla presa in carico anche di chi ha compiuto tutto questo, perché in realtà sappiamo che vengono da lì, dalle nostre stesse classi. E allora forse sarà che ci siamo fatti troppo prendere la mano dai nuovi refrain ministeriali: “rigore, disciplina, 5 in condotta”. Sarà che abbiamo cominciato a valutarli con le calcolatrici, e abbiamo fatto cadere molte più teste, ingrossando le file dei drop out, dei dispersi, che a scuola non ci metteranno più piede perché hanno già compiuto i fatidici, terribili quindici anni. E allora dobbiamo correre ai ripari: e l’unico modo che conosciamo è quello di crescere professionalmente, di studiare percorsi possibili, pezzetti di senso da ritagliare per i nostri alunni nella congerie dittatoriale delle cose che “non possono non sapere”. Ripartiamo da noi, dal nostro fare scuola.

A un tratto una collega improvvisa una colletta. Due euro ciascuno. Beh, anche cento, se servisse a qualcosa. Torna, dopo una manciata di minuti. Le braccia cariche di piante fiorite. In un attimo la scuola mezza bruciacchiata profuma primavera e trabocca colori. La bellezza può coprire ogni barbarie.

Valentina Chinnici

Lettera del presidente Maurizio Muraglia a tutti gli iscritti

Carissime e carissimi iscritti al CIDI,

a guardare le news dei siti sulla scuola c’è da rattristarsi. E’ tutto un pullulare di adempimenti, che richiedono massicce mobilitazioni professionali su adozioni, su Invalsi, sulla certificazione delle competenze. C’è tutto un fornire chiarimenti sulle regole e sulle deroghe alle regole, ad esempio sul tetto massimo delle assenze degli studenti, sempre nella speranza che tutto fili liscio e che le carriere degli alunni statali non vengano inopinatamente sopravanzate da quelle dei superpresenti alunni delle private…. Oppure ci si imbatte nei problemi dei precari e nelle loro graduatorie a pettine, con tutto il corredo di iniziative sindacali a sostegno degli scioperi di questi giorni. Fatevi un’idea delle priorità della scuola, dopo aver preso un digestivo, leggendovi l’intervento di Stefano Stefanel su http://www.scuolaoggi.org/archivio/conflitto_permanente.

Che dire? Il dibattito interno alle scuole attorno alle “cose”, quelle cose per le quali esistono quelli che imparano e quelli che insegnano, e tutta l’organizzazione che ruota attorno ad essi, langue miseramente. Prevale la routine che esalta l’insegnante impiegato e burocrate sull’insegnante intellettuale ed educatore. Questo è il proscenio, con il de profundis progressivo sulla scuola pubblica dello Stato, chiamata alla Severità, al Rigore, alla Serietà e al Merito con le pezze sul deretano. Sulle questioni del merito avete letto, se ne avete avuto voglia e tempo, le ultime mie riflessioni pubblicate da Chichibìo.

Qua e là, in qualche sito, all’interno di qualche realtà associativa o di qualche casa editrice, si scorge una riflessione, un tentativo di elaborazione sul sapere della scuola. Fatti di nicchia, che certamente non incidono sulla cultura della scuola.

Neppure il CIDI, scusando il gioco di parole, incide più di tanto. Ed è forse giunto il momento di prendere atto degli eventi. L’iniziativa sul sapere della scuola del 14 aprile scorso ha fatto registrare 30 presenze. La sproporzione tra lo sforzo ideativo e organizzativo, tutto su base volontaria, e la realizzazione del seminario fa pensare. Ci fa pensare. La formazione e l’aggiornamento degli insegnanti non interessano più nessuno. O meglio, interessano pochissimi. Viene meno la domanda che giustifica l’esistenza dell’associazionismo professionale mentre sale più forte la domanda che giustifica l’esistenza del sindacato. Questi sono i tempi.

Ho sensibilizzato il Direttivo affinché avvii insieme con me una fase di profondo ripensamento della nostra ragione di presenza anche alla luce del sempre crescente ruolo della rete nei processi di formazione in servizio. E da questo punto di vista l’implementazione del nostro sito è un punto di forza innegabile. Sul fronte delle iniziative, per quest’anno, a parte le comunicazioni telematiche e le news, la nostra attività cessa. Ciascuno di noi è boccheggiante per la mole di lavoro che l’attività scolastica richiede e si avvia verso la chiusura dell’anno scolastico. Un cidino vero fa scuola in un certo modo e paradossalmente la scuola finisce per togliergli tutto il tempo, anche quello per il CIDI stesso, che magari è stato all’origine di un certo percorso professionale. Ma è bene così. Prima vengono i ragazzi.

Personalmente sono annichilito dallo straripamento dell’ansia misurativa, certificativa, valutativa, regolativa e repressiva di un Ministero che non ha fin qui prodotto uno straccio di documento per fare avanzare di un passo la cultura della scuola. Sono annichilito da pensatori come la professoressa Mastrocola che continuano a raccontarci l’imbarbarimento dei nostri studenti dall’alto della loro torre d’avorio. E vendono! Sono annichilito da colloqui con le famiglie condotti sul registro del “suo figlio ha ancora cinque e non arriva alla sufficienza” (sì, proprio lui che non ci arriva e proprio lei che è lì ad aspettarlo, e l’insegnante che attende da spettatore questo incontro…). Sono annichilito dalla valanga di parole che inonda le circolari ministeriali e le scimmiottanti circolari interne alle scuole e che non contengono alcun significato. Puro burocratese. Qualcuno ha capito cosa dovrebbe fare un D-I-P-A-R-T-I-M-E-N-T-O? Cosa si dovrebbe C-E-R-T-I-F-I-C-A-R-E? Quali A-P-P-R-E-N-D-I-M-E-N-T-I dovrebbe rilevare Invalsi? Quale C-O-N-D-O-T-T-A dovrebbe fare media (orrore!) con gli apprendimenti a fine anno?

Non si vede all’orizzonte possibilità di un qualsivoglia colpo di coda. Noi del CIDI ci abbiamo provato, negli ultimi anni, a invertire il trend e la locandina dell’iniziativa del 14 aprile parlava di una vera e propria “obiezione di coscienza” al trionfo becero dei contenuti e del nozionismo. Ma quei 30 presenti possono soltanto tenere in mano un bel cerino. Abbiamo avuto le folle solo quando c’era da rispettare un adempimento e c’era sete di informazioni (le Indicazioni Fioroni, i debiti, i voti numerici nel primo ciclo). Per l’emergenza. L’ordinario del nostro lavoro interessa molto di meno. In fondo, forse, è sempre stato così. Ricordo le folle alle nostre iniziative anche alla metà degli anni Novanta, quando un attestato di aggiornamento faceva aumentare i punti, e con i punti la carriera. Scommetto che ci andassero anche la Mastrocola e Lodoli, quelli che non possono spiegare il neoclassicismo agli sfigati delle borgate romane. Da noi nelle borgate distruggono le scuole, altro che neoclassicismo. Da noi nelle borgate la scuola deve sopravvivere al territorio che la ospita come un inquilino fastidioso.

Dove sei arrivato col programma?

Si è tenuto ieri, alla Piazzi di Via Rutelli, il seminario dal titolo “Dove sei arrivato col programma?”

La frase è di quelle che spesso si sentono per i corridoi delle scuole e nelle sale docenti e denota la permanenza di una cultura professionale legata a schemi ormai da tempo obsoleti. Sul perchè di questa permanenza ci siamo interrogati grazie ai contributi di Maurizio Muraglia, Maria Teresa Sarpi e di Leopoldo Ceraulo (vedi locandina). E’ venuto purtroppo a mancare per cause di forza maggiore l’intervento di Berta Martini: ci auguriamo di poterla quanto prima ospitare in una prossima occasione.

Difficile qui sintetizzare un pomeriggio denso di significative riflessioni, mi limito solo a qualche cenno. Maurizio Muraglia ha centrato il suo intervento sulla proposizione di una nuova visione della cultura della scuola: di fronte alla contemporaneità e spesso contrapposizione della cultura di elite e della cultura di massa, la scuola deve sapersi fare mediatrice e portatrice di senso. Non più dicotomie e distinzioni di livello tra differenti culture, ma processi che conducano gli alunni alla costruzione del senso attraverso la cerazione delle connessioni tra i vari saperi, tra i vari oggetti del sapere. La cultura vista come rete delle interazioni tra i saperi.

Maria Teresa Sarpi ha insistito sull’idea di scuola come comunità: di ricerca, di pratica, di apprendimento. Una comunità che è costretta continuamente ad imparare dalla propria ricerca operativa, dai risultati delle pratiche didattiche, una comunità capace di proporre sempre nuovi momenti formativi ai docenti. In una tale comunità, ormai anche a livello europeo definitivamente orientata verso le competenze, diventa una contrapposizione in termini continuare a pensare e a proporre il “programma”. Non può esistere un programma per le competenze.

Leopoldo Ceraulo ha argutamente parlato della sua lunga esperienza prima di docente e poi di preside, esperienza che gli consente di mettere in evidenza un grande  numero di criticità sia del “sistema scuola” sia della professionalità docente. Per entrambi i temi è possibile sollevare motivi di grande preoccupazione, primo tra tutti quello legato alla attuale disaffezione dei docenti nei confronti dell’aggiornamento in servizio.

Queste le foto del seminario:

“CIDI PALERMO NEWS” in breve dal mondo della scuola ANNO V N. 4 del 01.04.11

Sommario

Didattica e apprendimento:

1.   Professione docente: come valorizzare e sviluppare la professionalità. (leggi lo speciale)

2.   Matematica: didattica, esperienze e tecnologie (leggi lo speciale)

3.   Tecnologie: esperienze e riflessioni (leggi lo speciale)

4.   Tecnologie per la didattica in aula: perché portare gli e-book e la LIM in classe? AAVV (leggi articolo)

5.   Tecnologie per la didattica in rete. Un punto di vista meditato sugli ambienti di apprendimento informale e formale. AAVV (leggi articolo)

Iniziative del CIDI:

1.   “Dove sei arrivato col programma?” CIDI di Palermo, 14 Aprile 2011. Intervengono B. Martini (Università Urbino), M.T. Sarpi (DT MIUR), L. Ceraulo (DS – USR Sicilia) (locandina)

Opinioni in evidenza:

1.   C. Ridolfi commenta il nuovo libro di P. Mastrocola “Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare” (recensione)

I “150 anni” e la scuola:

1.    “Sulle condizioni della pubblica istruzione nel regno d’Italia”: uno straordinario documento per capire chi eravamo e quale ruolo fondamentale ha giocato la scuola nella costruzione della nostra patria. (leggi documento)

Il fatto:

1.   Diplomi falsi a Palermo, condanne per 40 anni di detenzione (leggi articolo)

2.   Alla Wojtila di Roma l’elenco per genere di alunni finisce per sbaglio nel POF (leggi articolo)

Utile sapere che:

1.   Concorso per dirigenti scolastici: in arrivo il bando (leggi articolo)

2.   Prove INVALSI: “Obbligo per gli alunni, non per i docenti” (leggi articolo)

3.   Quadri orari e classi di concorso, ancora in fase di perfezionamento (leggi articolo)

4.   Presentate dal MIUR le nuove tabelle sulle classi di concorso (consulta le nuove classi)

5.   Crocefisso, i giudici di Strasburgo danno ragione al Governo italiano (leggi articolo)

6.   Accanto al crocefisso? Mettiamo la bandiera tricolore (leggi articolo)

7.   Precari, all’appello del 9 aprile rispondono associazioni, intellettuali e studenti (leggi articolo)

8.   Trasmissione telematica dei certificati medici: circolare di chiarimento (circolare)

CIDI Palermo News vi dà appuntamento al 1^ giugno

La vera scuola

“Accusare gli studenti di essere ignoranti è un non senso. La scuola che provasse fastidio per l’ignoranza degli studenti avrebbe perso se stessa”. Dovrebbero scolpirle in tutte le scuole, frasi come queste. Sono scritte da una che di scuola se ne intende. Se si ha voglia di leggere tutto l’articolo di Maria Pia Veladiano, comparso mercoledì 16 marzo su “Repubblica”, si capiranno molte cose sul compito della scuola pubblica e degli insegnanti che vi operano.