Lettera di Maurizio Muraglia a tutti gli iscritti

Carissime iscritte e iscritti al CIDI,

il sistema della pubblica istruzione in Sicilia risulta fortemente penalizzato dalle norme finanziarie emanate a luglio dal Governo nazionale (Legge 111/2011). Uno studio dell’ASAS (Associazione delle scuole autonome della Sicilia) ci permette di valutare come un vero e proprio bollettino di guerra l’impatto che l’art.19 di quella legge avrà sulla scuola siciliana. L’accorpamento delle scuole elementari e medie in istituti unici (detti comprensivi) e l’impossibilità, per scuole con meno di cinquecento alunni, di avere un preside titolare (saranno governate dal preside di un’altra scuola) determinerà la diminuzione delle scuole dalle attuali 1.146 a 780. Sempre secondo lo studio citato, “l’organico dei dirigenti scolastici passerà dagli attuali 1.146 a 657, per effetto della reggenza obbligatoria nelle scuole con meno di 500 studenti e dell’accorpamento degli istituti comprensivi. I vicari con esonero o semiesonero passeranno dagli attuali 390 a 246. L’organico dei Direttori dei Servizi Amministrativi passerà dagli attuali 1140 a 780. L’organico dei docenti passerà da 76.934 a 65.200 con la perdita di 11.734 posti di lavoro. L’organico del personale ATA passerà da 24.107 a 22.100”.

La giunta del Governo regionale ha deciso di impugnare questa norma davanti alla Corte costituzionale perché il comma 4 dell’art. 19 violerebbe gli articoli 14 e 17 dello Statuto speciale per la Sicilia che attribuiscono alla Regione competenza legislativa primaria alla Sicilia in materia di scuola elementare e competenza concorrente in materia di scuola media e universitaria. Non è la prima volta che la Regione Sicilia contesta le leggi nazionali in materia di istruzione. Occorrerebbe però comprendere fino in fondo, e fin qui non è stato facile, quale livello di continuità politica, sul tema dell’istruzione, esista tra il nostro maggiore ente locale e il Governo nazionale.

Questa premessa serve a delineare uno scenario pesantissimo per la nostra scuola. Possiamo a buon diritto parlare di un vera e propria devastazione cui tutti i soggetti interessati all’impresa educativa sono costretti ad assistere impotenti. Né partiti dell’opposizione, né sindacati, né associazioni dei dirigenti, degli insegnanti, degli studenti o delle famiglie sembrano avere titolo per arginare lo tsunami che si abbatte sulle nostre istituzioni scolastiche. La distratta opinione pubblica siciliana avrà un brusco risveglio quando, da metà settembre, constaterà il day after innescato dai tagli: presidenze senza presidi, personale di segreteria ridotto all’osso, inefficienza generale e, quel che è peggio, demotivazione diffusa in coloro che devono prendersi cura dei nostri figli. Viene in mente, mutatis mutandis, il titolo del famoso libro di Primo Levi: I sommersi e i salvati. Un’enorme quantità di soggetti e di realtà sommersi, cancellati, dichiarati illegittimi, che non può lasciare indifferenti i (momentanei?) salvati. Ma sui salvati occorre fare una riflessione, a pochi giorni dal loro raduno nelle scuole. Quale sarà il loro atteggiamento? Che uso faranno della loro “salvezza”? Parliamone.

Le ragioni che inducono a pensare che i salvati debbano prepararsi ad una loro peculiare forma di resistenza non sono riconducibili ad un mero calcolo egoistico (“può accadere anche a me”), ma ad una più profonda ragione civica e pedagogica. Si pone la questione di una resistenza intelligente, capace di far sentire la propria voce con energia, costanza, competenza. Una resistenza che per essere intelligente non può tenere separati i cinque principali contingenti della scuola: dirigenti, docenti, amministrativi, studenti e famiglie. Guai a guardare le cose in modo corporativo, docenti contro dirigenti, docenti contro famiglie, studenti contro dirigenti e via discorrendo. Per far questo occorre creare nelle scuole momenti assembleari plurirappresentati di consapevolezza condivisa attraverso un compattamento interno delle risorse intellettuali e materiali. Le scuole poi tra di loro devono fare rete. E’ importante che sorgano comitati interscolastici di discussione e di elaborazione di documenti da far girare in rete e tra i media. Così come è importante che vengano utilizzati tutti gli strumenti comunicativi possibili per evidenziare il disagio, l’indignazione, la non assuefazione a questa logica distruttiva.

Ma la cosa più importante di tutte è un’altra. Ed è che la scuola sappia farsi carico della resistenza e della protesta  rimanendo scuola. Questo, a mio parere, dev’essere il salto di qualità cui sono attesi i salvati. Il più grosso errore strategico sarebbe infatti quello di far saltare l’impresa educativa quotidiana per sostituirla con la protesta. Il classico marito che per fare un dispetto alla moglie si castra. Abbiamo già assistito da anni a questo velleitarismo inutile e dannoso. Vandalizzare le scuole per difenderle, diminuire i giorni di scuola per difendere il diritto allo studio,  aprire stagioni tristissime di vita scolastica in cui, a partire dalla fine di novembre, i dirigenti stanno chiusi nelle loro presidenze, i docenti bivaccano nelle sale professori e gli studenti stanno per terra nei corridoi pur di non entrare in classe. Quanto queste forme di pseudoresistenza abbiano giovato alla scuola negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Occorre uscire dalla ritualità che finisce per rendersi complice di coloro che assediano la cittadella. Quando la scuola cessa di essere scuola e diventa bivacco per chi non può dirigere, non può insegnare e non può imparare, essa non ha alcuna speranza di porre in essere una protesta credibile, che è quel che oggi serve. Per questo i salvati, oggi, hanno la grande responsabilità, proprio per attestare la loro solidarietà nei confronti dei sommersi, di attivare una resistenza ferma ma intelligente, in cui il sit-in, il corteo, l’indignazione non debbano mai mancare, ma non possano mai surrogare il presidio della cittadella assediata. La cittadella, per quanto bombardata, va presidiata sempre, perché è proprio essa il luogo che ci appartiene veramente e in cui avviene la gestazione intellettuale e morale della protesta. L’illusione di abbandonare la cittadella al suo destino sostituendovi la piazza può diventare letale anche per i momentanei salvati. Le piazze saranno più credibili quando saranno l’esito di un’elaborazione e di una decisione che sorge dal luogo naturale dell’elaborazione e della decisione, che è la scuola. Quando gli studenti diranno che “la scuola è nostra”, tutti gli insegnanti dovranno, anche a muso duro, spiegar loro che ad essere “loro” è la scuola come luogo dell’intelligenza e dell’elaborazione, non come edificio. Ma nel dir questo gli insegnanti devono saper essere coerenti, perché l’intelligenza e l’elaborazione dipendono dal loro insegnamento.

Questo vuol dire che la scuola – la scuola dei salvati – potrà dire una parola forte solo ed esclusivamente se saprà ospitare nelle proprie aule anche la riflessione, culturalmente qualificata, sulle ragioni dell’assedio e sulle ragioni della resistenza all’assedio. Se saprà recuperare alla propria didattica anche il pensiero sulla scuola di un Calamandrei, di un Gramsci, di un Milani, di un Dolci, di tutti coloro che hanno ragionato di istruzione pubblica e democratica. Si pratichino e si insegnino – si “inculchino”, verrebbe da dire – in classe i fondamentali della convivenza democratica. L’attrezzatura culturale per riempire di significato le parole urlate dai megafoni possono darla solo insegnanti che sono capaci di restituire alla scuola la propria naturale funzione di laboratorio culturale e civico perché si ostinano a non considerare l’ignoranza un diritto.

E’ invece proprio la scuola del nozionismo pedante e privo di cornice civica, del ripetere senza comprendere, dello spiegare ad alunni addormentati, del “ti metto due se non sai…”, che giustifica la chiusura delle aule a favore della piazza. Errore fatale. Vera sconfitta, questa sì, della scuola, in cui gli assedianti sperano con tutte le loro forze. Gli insegnanti che vogliono esercitare la loro responsabilità di salvati sono chiamati a comprendere in profondità la necessità di una resistenza e di una protesta intelligenti per stipulare un’alleanza formativa con tutti gli studenti ben prima che tra questi ultimi, com’è avvenuto purtroppo in questi anni, prevalgano le minoritarie ma seduttive schiere natalizie dei fiancheggiatori degli assedianti, mascherati da difensori della cittadella.

Riprendiamoci la scuola è il motto di quest’anno. Il motto del CIDI di Palermo. Questo sarà il titolo del nostro raduno del 1° ottobre, di cui presto riceverete il programma. Ci sarà Domenico Chiesa, ci sarà Giancarlo Cerini, ci sarà Giuseppe Bagni e altri soggetti locali impegnati nella trincea dei tagli. Ci sarete anche voi. Non posso dubitarne: è un sabato, mattina e pomeriggio. Al mattino attingerete ai 5 giorni dell’aggiornamento, ancora intonsi.

Al pomeriggio…tutti insieme. Senza alibi, perché le scuole sono chiuse.

Un carissimo auspicio di inizio di anno scolastico.

1 comment for “Lettera di Maurizio Muraglia a tutti gli iscritti

  1. sylvana di rosa
    31/08/2011 at 16:15

    perfettamente d’accordo con quanto letto….spero solo che l’opinione pubblica non “creda” nelle notizie date dalla nostra ministra in conferenza stampa oggi…i numeri confondono le menti di chi non è addetto ai lavori…sono nauseata a sentire le solite bugie…tuttavia non perdo le speranza e cercherò di lavorare con lo stesso entusiasma di sempre. buon inizio. silvana

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